martedì 10 settembre 2013

FINE MAGGIO 2013

all'introduzione dello jijeiko e dello shiai è seguito un periodo di profondo e crescente entusiasmo!
Accantonato provvisoriamente l'aspetto filosofico, il kendo è diventato ... divertente!
Mi piaceva farlo, e mi divertiva! e tanto mi bastava... e non ci ricamavo più intorno, tant'è vero che avevo anche smesso di scrivere il blog.
Questo stato di euforia e pace dei sensi insieme, questo stato di nirvana, è durato però solo un mesetto,
...
poi
...
sono stato fermo tutto il mese successivo. ho avuto tanto lavoro e impegni imprevisti che ovviamente cadevano nei giorni dell'allenamento, e in più ho avuto un disturbo di tipo fisico, piaghette e bollicine sulle dita di una mano che cominciavano ad espandersi, che sembravo un lebbroso, una roba schifosa proprio, e pare che fossero causate dal sudore, così è stato facile dare la colpa ai guantoni del kendo e la pausa che ho preso dagli allenamenti, comunque forzata dalle altre cause contingenti che dicevo, hanno sistemato questo problemino... ora posso riprendere senza pensieri, niente di male quindi... eppure... eppure qualcosa non va... una vocina nel mio cervello mi dice che se davvero avessi voluto, avrei potuto sistemare quegli impegni imprevisti in modo da spostarli al giorno dopo, a costo di lavorare il doppio per recuperare il tempo perduto, se davvero avessi voluto mi sarei fasciato la mano e gli avrei concesso più tempo per guarire... e poi mi dico di no, che tralasciare la propria salute per uno "sport" sarebbe stato irresponsabile, e che il lavoro, per quanto sia amaro da ammettere, viene e deve venire prima delle proprie passioni e se a volte ci si può organizzare per fare l'uno e l'atro, a volte, semplicemente, proprio non si può... e allora mi sento di nuovo a posto con la coscienza...
e questo è il punto. La coscienza. Che c'azzecca la coscienza con uno sport, con una passione? Voglio dire: se la mia passione fosse stata il tennis, tanto per fare un esempio, son convinto che saltare qualche allenamento non mi avrebbe dato in alcun modo fastidio... mi sarebbe forse dispiaciuto, ma certo non mi avrebbe fatto sentire in colpa! Ma il kendo non è il tennis, e io ho quasi la sensazione di sentirmi in colpa verso i miei compagni, verso i miei maestri. Penso a G., e a tutta la passione e l'impegno che ci mette nel cercare di trasmettermi quei semplici movimenti, quegli attacchi, come se, davvero, un giorno io potessi trovarmi nell'eventualità di dover affrontare un duello con una vera spada, come se, davvero, un giorno, dal buon esito di quegli allenamenti, potesse dipendere la mia vita! No, d'accordo, certo che G. non pensa, sul serio, che un giorno la nostra vita dipenderà dalla nostra abilità con la katana, no di certo... eppure... eppure c'è sempre la sensazione di prendere parte a qualcosa di grande quando fai kendo, a qualcosa di più grande di te... e allora penso che dovrei rispondere all'impegno di G. di F. e di tutti gli altri ragazzi che cercano di trasmettermi qualcosa, con lo stesso impegno! ...dev'esser questo che mi fa sentire in colpa.
E allora continuo a pormi dei dubbi, e se non ci fossi proprio tagliato per questa cosa? e se non mi piacesse più? effettivamente è un po' pesante fare 4 ore di allenamento (il più delle volte massacrante) alla settimana, con indosso un'armatura che pesa, che scalda e fa sudare (e col caldo che sta arrivando, quest'aspetto comincia a diventar proprio brutto) con indosso un casco che se ti prude il naso non te lo puoi nemmeno grattare! è faticoso, a dir poco. ed è ancor più pesante se ti accorgi, come nel mio caso, che poi tutti questi gran progressi non li fai. e infine, ultimo e non ultimo, c'è il tranello, in cui son caduto anch'io, dell'arte marziale vista come sport di combattimento. Niente di più lontano dall'arte marziale tradizionale, niente di più lontano dai principi del kendo, niente di più lontano dai motivi profondi che all'inizio del mio viaggio mi avevano avvicinato a quest'arte così tanto mistica e così poco "difesa personale". Eppur... ti vien da chiedertelo... certo mi diverto, certo mi sento più ricco, però... però cazzo sto pur sempre studiando un arte marziale, dovrebbe esser qualcosa che in caso di bisogno mi metta pure in condizione di combattere per la mia vita o per quella dei miei cari, e non posso fare a meno di fermare quei trip mentali che mi colgono di solito poco prima del sonno, che sembrano sogni, e mi immagino da vecchio col bastone da passeggio (che in realtà è una katana cammuffata) mi immagino di combattere come un vero samurai in caso di necessità, o mi immagino da giovane in una situazione di reale pericolo raccogliere un bastone al lato della strada (certo, pieno di bastoni ai lati della strada, almeno nei film...) e usarlo come spada per combattere... poi per fortuna viene il sonno per davvero e la mattina si va a lavorare in macchina, mica a cavallo, ma intanto la domanda si è insinuata nel cervello: l'arte marziale dev'essere anche un valido sistema di difesa personale? La risposta secca è: NO. Sicuramente e decisamente NO. Non certo il kendo almeno... ma dai! ma ti immagini un sistema di difesa personale basato sul combattimento con la katana? Ok, inverosimile... se non ridicolo. Allora, caro io, ti rimangono 2 strade: o butti alle ortiche tutto il percorso spirituale affrontato in un anno (perchè di quello si tratta, e non di un sistema di difesa personale) , o accetti che questo percorso spirituale ti ha arricchito sotto tanti aspetti ma che adesso, in questo particolare momento della tua stramapalata e personalissima VIA, ti interessa, no anzi, ti incuriosisce, anche un nuovo aspetto delle arti marziali che inizialmente non avevi preso in considerazione. E così, un altro merito che puoi dare al kendo, è quello di averti aperto un mondo.  

lunedì 29 aprile 2013

BUSHIDO è alzarsi la mattina presto per andare a lavorare,
anche se di lavorare oggi non ti va.

giovedì 28 marzo 2013

ho dovuto fare un passetto indietro, uno sforzo di umiltà, poichè mi è stato detto che durante jijeiko, cercavo troppo il combattimento, lo scontro, mentre in questa fase dovrei piuttosto cercare di sfruttare questo momento per ripassare le tecniche.

Intanto l'ultima volta ho provato un'altra novità: lo shiai: Ne avevo già parlato nel post dello scorso 16 gennaio quando ero andato a vedere le qulificazioni dei campionati ma non l'avevamo mai fatto.

In pratica a gruppetti di 3, a rotazione, due si affrontavano e uno faceva l'arbitro segnalando quando uno dei 2 faceva ippòn, cioè punto valido. Quello che aveva fatto ippon, rimaneva in gara e l'altro usciva per sostituire l'arbitro che entrava a combattere. E via di seguito.

L'esercizio era + che altro per chi faceva l'arbitro. Era imparare a vedere l'ippòn.
E' stato molto divertente!

martedì 5 marzo 2013

APPROFONDIMENTO

La Z.N.K.R. (Federazione Giapponese Kendo ndr) nel 1976 mise per iscritto "IL CONCETTO DEL KENDO E LO SCOPO DELLA PRATICA DEL KENDO", reperibile anche nei testi di "Kendo foundamentals" pubblicati dalla stessa nel 1994, sintetizzando dei principi validi per tutti, che permettessero a coloro che desiderassero praticare il Kendo, di comprenderlo e di crescere attraverso esso.
 



IL CONCETTO DEL KENDO
Il concetto del Kendo è disciplinare il carattere umano attraverso l'applicazione dei principi della Katana (spada).


LO SCOPO DELLA PRATICA DEL KENDO
Lo scopo della pratica del Kendo è:
- forgiare la mente ed il corpo,
- coltivare uno spirito vigoroso,
ed attraverso una corretta e rigorosa pratica:
- impegnarsi a fondo per migliorare nell'arte del Kendo,
- avere grande stima della cortesia umana ed dell'onore,
- associarsi agli altri con sincerità,
- ed aspirare sempre a conoscere ed a migliorare se stessi.
Questo farà sì che ciascuno di noi sarà in grado di:
- amare il proprio paese e la società,
- contribuire allo sviluppo della cultura,
- promuovere pace e prosperità tra tutti i popoli.

 

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I principi del Kendô

Dai documenti ufficiali Zen Nippon Kendo Renmei (ZNKR)/All Japan Kendo Federation (AJKF)

Il concetto di Kendô:
Kendô è un modo di vita (ikikata) qualificato dalla ricerca della perfezione come essere umano (ningen‐keisei) attraverso l’addestramento (shugyô) nei principi (ri‐hô) dell’arte del maneggio della spada giapponese (Nihon‐no kenjutsu‐no waza).

Gli elementi del concetto
1. Ningen‐keisei è la ricerca della perfezione di mente e di corpo come essere umano (ningen tossite shinshin‐no kansei‐wo mezasu itonami/the pursuit of the perfection of mind and body as a human being). Divenire un essere umano eccellente attraverso il Kendô (kendô‐wo toshite rippa‐na ningen‐ni naru‐to iu‐koto/becoming an excellent human being through kendô) è la meta ultima (kyûkyokuteki‐na mokuteki/the ultimate goal) del Kendô.
2. Shugyô è l’addestramento nei principi dell’arte del maneggio della spada giapponese. Il processo di rigoroso addestramento e di affinamento della mente e del corpo (shinshin‐wo kibishiiku kitae migaku koto/the process of rigourously training and polishing one’s mind and body) richiede la continuità della pratica (keiko‐wo tsuzukeru/continuing practice), è legato al modo di vita (shugyô‐no katei‐wa sonomama‐no sono hito‐no ikikata‐ni tsunagaru/the process of training is connected to one’s way of life) ed alla creazione di un nuovo sè (arata‐na jibun‐wo tsukuri‐ageru/the creation of a new self) ed in esso un elemento importante (jûyô‐na yôso/an important element) è rappresentato
dall’unificazione del modo di vita con l’arte praticata (gei‐to ikikata‐towo ittaika‐saseru/unification of the art and one’s way of life).
3. Ri‐hô sono i principi dell’arte del maneggio della spada giapponese (ken‐no ri‐hô/the principles of the Katana=ken‐no waza‐no kiso/the guiding principles underlying the art of the sword). Allo scopo di rendere perfetta la spada‐che‐non‐recede (atomodori dekinai hitofuri‐wo kansei‐saseru tameni/to perfect such a no‐going‐backswing) (q) essi indicano il modo in cui sforzarsi di realizzare (jikkôsuru koto‐wo motometa hôhô/the way to strive to perform) il corretto movimento d’attacco (seikaku‐na datotsu‐gijutsu/the proper striking techniques): armonicamente (enkatsu‐ni/smoothly) e con la corretta attitudine mentale (tadashii kokoro/the proper mental attitude), la corretta postura (tekisei‐ na shisei/the proper posture) e con pienezza di spirito (jûjitsu‐shita kisei/full spirit).
4. Waza è l’arte del maneggio della spada giapponese (Nihon‐no kenjutsu‐no waza/the art of Japanese swordmanship): un movimento d’attacco (datotsu dôsa/a striking movement) dotato di forma tipica (ittei‐no kata/standard form) in cui si manifesta una capacità motoria (undô gijutsu/a motor skill) acquisita attraverso un lungo e duro addestramento (nagai shûren/long, hard training) (r).
E’ la forma in cui istantaneamente devono esprimersi Shin, Ki, Ryoku allorchè è intuitivamente percepito uno stimolo proveniente dall’Opponente (‘shin’ to ‘ki’ to ‘ryoku’ no mittsu‐ga aite‐karano shigeki‐ni‐taishite chokkanteki‐ni kanchi sareta mono‐ga shunji‐ni waza‐toshite hyôgen sarenakereba naranai/when one intuitively perceives a stimulus from the opponent, all three of these elements (Shin, Ki, Ryoku) must be expressed instantaneously in the form of a waza) (s).
Le forme dell’addestramento (Shugyô) e l’ordinamento in ranghi (Dan‐to‐kyû)

5. Keiko è la pratica (renshû/practice) dell’arte del maneggio della spada giapponese. Keiko non indica semplicemente la pratica nel suo ripetersi (kurikaeshi/the repeating of practice), il suo significato include l’importanza dell’attitudine nei confronti dell’arte praticata (gei‐ni taisuru kokorogamae‐no taisetsusa‐wo fukunde iru/its meaning includes the importance of one’s attitude toward the art being practiced). Keiko inizia e finisce con Rei‐hô (Sa‐za‐uki, Sei‐za, Moku‐sô, Za‐rei, Ritsu‐rei, Son‐kyo), presuppone Kihon‐dôsa (gli elementi fondamentali necessari per padroneggiare le tecniche di base e per fronteggiare l’Ai‐te (l’Opponente): 1. Shisei; 2. Kamae e Metsuke; 3. Kamae‐kata
ed Osame‐kata; 4. Ashi‐sabaki; 5. Suburi; 6. Kake‐goe; 7. Ma‐ai; 8. Kihon‐no‐uchi‐kata,  ‐tsuki‐kata,  ‐  uke‐kata; 9. Kiri‐kaeshi; 10. Tai‐atari; 11. Tsuba‐zeriai; 12. Zan‐shin) e comprende Kata‐geiko e Keiko‐hô.
6. Kata‐geiko è la pratica della sola forma (the practice of form only): l’insegnamento e
l’apprendimento di Waza da parte di Uchidachi e Shidachi. Lo scopo di una ripetuta pratica di Kata è di apprendere, con il corpo, i vari Waza che sono incorporati nel Kata ma anche di apprendere e comprendere il significato spirituale (seishin‐sei/spiritual meaning) di ciascun Waza. Kata è la forma‐ modello (kihan tonaru/a model form) che esprime concretamente gli stati mentali ideali, le tecniche ideali e la corporeità ideale che sono acquisiti attraverso la pratica. Kata‐geiko segue di norma Nippon Kendo Kata (t). In Kata‐geiko Uchidachi è la persona che svolge la funzione di insegnare Waza (waza‐
wo oshieru tachiba‐no hito/the person … in the position where he/she teaches the waza); in Nippon Kendo Kata è la persona che inizia l’azione allo scopo di insegnare a Shidachi i principi di Waza (saki‐ni dôsa‐wo shikakete shidachi‐ni waza‐no riai‐wo oshieru tachiba‐no hito/the person … in the position where he/she initiates the move in order to teach … shidachi the principles of the waza).
7. Keiko‐hô è il metodo di apprendimento, fondato sulla presenza di Motodachi, del modo di esecuzione (gijutsu‐wo shûtoku‐suru tame‐no hôhô/a method to acquire ski l l s ) di Waza. Consiste nel colpire con lo Shinai un bersaglio, posto sulla persona di Motodachi, protetto dal Kendô‐gu (kendô‐gu‐wo chakuyô shiteiru bui‐eno uchikomi/striking a target protected by kendô‐gu).
Attualmente include: 1) Kihon‐geiko (Kiri‐kaeshi, Yakusoku‐geiko, Uchikomi‐geiko, Kakari‐geiko), 2) Gokaku‐geiko (Ji‐geiko), 3) Hikitate‐geiko, 4) Shiai‐geiko, 5) Keiko di altro tipo come Hitori‐geiko e Mitori‐geiko, 6) Tokubetsu‐geiko (Kan‐geiko, Shochû‐geiko, De‐geiko, Gasshuku‐geiko). In Kihon‐geiko, Kakari‐geiko, Ji‐geiko Moto‐dachi è la persona che assume il ruolo dell’istruttore nei confronti della persona che sta venendo addestrata (kihon‐geiko, kakari,‐geiko, ji‐geiko nado‐wo okonau mono‐ni taishite shidô‐teki tachiba‐de keiko suru hito/the one who takes the role of the instructor for the trainee practicing kihon‐geiko, kakari‐geiko, ji‐geiko), ricevendo su di sè il suo attacco.
8. Shi‐ai è la competizione tra due contendenti per Yûkô Datotsu (shôhai‐wo kisou koto/a match=a contest conducted by two contestants for Yûkô Datotsu) (u). Shin‐pan è la decisione sull’esito di Shi‐ai (shiai‐ni okeru shôhai‐no kettei/the act of judging the outcome of a match) risultante dall’applicazione di Shinpan‐hô (senshu‐ga ken‐no ri‐hô‐wo mattô‐shitsutsu shiai‐wo tenkai‐shiteiru kawo hantei‐suru tameno shinpanno shikata/the way in which the referees judge whether the players follow ken‐no‐ri‐hô): il metodo di attestazione della realizzazione dei principi dell’arte del maneggio della spada giapponese (Ri‐hô) in Shi‐ai.
9. Shin‐sa è l’attestazione del livello raggiunto nell’addestramento nei principi dell’arte del
maneggio della spada giapponese (Dan‐to‐kyû): l’esame, la decisione se promuovere o meno il
Candidato ad un rango più elevato (shirabete. gôkaku, tôkyû nado‐wo kimeru‐koto/
examining someone and determinino his/her level or whether to pass or fail him/her). Shin‐sa presuppone e realizza Dan‐to‐kyû, il sistema che indica i livelli di comprensione del Kendô e di abilità raggiunta (kendô‐eno rikaido‐no meyasu. ginô‐no teido‐wo shimesu seido/the system indicating the level of one’s understanding of kendô and the level of one’s skill): l’ordinamento in ranghi che determina l’assetto delle istituzioni del Kendô.
La realizzazione dei principi (Ri‐hô) ed il metodo della sua attestazione in Shi‐ai (Shinpan‐hô)
10. Ippon è la realizzazione dei principi dell’arte del maneggio della spada giapponese. Ippon è l’esecuzione di Waza che raggiunge il proprio scopo (kendô‐ni oite migoto‐ni waza‐ga kimaru koto/the act of successfully scoring a waza in kendô): il colpo valido eseguito con Ki‐ken‐tai‐itchi (ki‐ken‐tai‐itchi‐shita yûkô datotsu/the act of striking with ki‐ken‐tai‐itchi). Waza è eseguito con Ki‐ken‐tai‐itchi quando Ki (lo spirito), ken (il maneggio dello Shinai) e tai (i movimenti del corpo e la postura) si accordano ed agiscono insieme con la corretta tempestività, creando le condizioni per un colpo valido. L’esecuzione di Waza con Ki‐ken‐tai‐itchi attesta la presenza di Ri‐ai (the condition in which the waza … (is) rational and purposeful, and the techniques make sense technically). Ippon pienamente espresso manifesta Sae (the skillfullness of a waza, or the sharpness of its function or feeling).
11. Yûkô Datotsu è la realizzazione dei principi dell’arte del maneggio della spada giapponese prevista da Shinpan‐hô per Shi‐ai. Yûkô Datotsu (v) è l’esecuzione di un colpo valido (kôryoku‐wo yûsuru datotsu/making a valid strike), il colpo che è Ippon (ippon‐tonaru datotsu/a valid strike considered Ippon): Waza eseguito nella sua completezza. Waza è eseguito nella sua completezza (waza is complete) quando sono esibite pienezza di spirito (jûjitsu‐shita kisei/fullness of spirit) e postura appropriata (tekiseina shisei/appropiate posture) ed il Datotsu‐bui dell’opponente è colpito con la
parte di Shinai a ciò deputata (Datotsu‐bu) usando il corretto Ha‐suji (shinai‐no datotsubu‐de datotsubui‐wo ha‐suji tadashiiku datotsu‐shi/striking a datotsu‐bui (string zone) of the opponent with the striking region of one’s own shinai while using correct ha‐suji) (w) ed esprimendo Zan‐shin (zanshin arumono‐wo iu/expressing zanshin)

(testo tratto dallo Statuto della Confederazione Italiana Kendo C.I.K.)



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o anche

Heki-Sui-Kan ©
KEN NO MICHI
CONVERSAZIONE DEL MAESTRO
ICHIRO YANO KENDO HANSHI 8° DAN
trasmessa dalla Japan Broadcasting Corporation nei
giorni 19, 20, 21 novembre 1964.
Estratto dal sito:
http://www.aikikai.it/riviste/3601/pdf/14-IchiroYan
o.pdf 
 
che si può leggere per intero in questo PDF:
dalla tuta al jigeiko in 5 atti
atto quinto: il jigeiko


Ora faccio kendo per davvero, sempre male è chiaro, ma forse sempre un pochino meglio e, ad ogni modo, ho raggiunto il gradino più alto che si può raggiungere in allenamento. Tutti gli esercizi trovano senso qui, nel jigeiko. Per farla breve il jigeiko è il combattimento. Il combattimento vero e proprio, il combattimento libero, il momento in cui non esistono più forme prestabilite, coreografie o esercizi in cui tu fai una cosa e l'altro te la lascia fare e poi lui farà una cosa che tu sai già esattamente cos'è e, a tua volta gliela lasci fare... NO. Qui si combatte sul serio. é questa, credo, la più grande differenza con le altre arti marziali che prevedono l'uso di armi. Nelle altre arti infatti, l'arma è sempre usata in un contesto di esecuzione di figure prefissate da solo o SIMULAZIONE di combattimento con un compagno. Qui no. Qui non si simula proprio un bel niente. Qui si combatte proprio per davvero. Oddio, forse i compagni più anziani non fanno ancora sul serio con me, me ne rendo conto è ovvio, immagino che non avrei il tempo di provare nemmeno un attacco se loro facessero sul serio... però a tratti sento che sto combattendo per davvero, sento che il compagno sta combattendo per davvero, sento anche male per davvero, tanto per ricordarmi che è un combattimento vero ...sì, infatti le botte forti sul men si sentono eccome, vaffanculo, altro che elmo, non protegge un cazzo secondo me, potevano studiarsi un casco un po' più serio, no? però non so probabilmente è voluta anche questa cosa, servirà a farti capire che stai combattendo per la vita, sì infatti il kendo è una simulazione di combattimento tra samurai, e quando i samurai combattevano per davvero uno dei 2 moriva sempre, qui al massimo ti fa un po male la testa, che non è morire ok, ma probabilmente serve almeno a darti un minimo l'idea di realtà... voglio dire se non sentissi proprio niente di niente magari perderesti anche l'idea del combattimento vero... e in fondo mi sembra che in questa disciplina nulla di nulla è lasciato al caso e quindi probabilmente è voluta anche questa cosa del men che non protegge più di tanto............... o forse è il mio men che fa schifo...... non lo so... comunque son già tornato anche con dei bei lividoni sulle braccia, laddove devo aver sbagliato a ricevere il colpo sul coté e anche con un graffio sul collo, laddove il compagno ha sbagliato mira nel farmi tsuki e la shinai mi è entrata tra il paragola e l'ala del men... sono ferite che son poi fiero di mostrare alla moglie comunque.
Ogni volta, ogni lezione, ogni jigeiko cerco di migliorarmi un pochino e spostando l'attenzione sull'aspetto un po' più prettamente fisico mi sono accorto di una cosa e devo fare una considerazione. Mentre all'inizio cercavo più un aspetto spirituale ora mi rendo conto che in questo particolare momento è più l'aspetto fisico del guerriero che mi esalta. E mentre il kendo dovrebbe essere una disciplina che migliora l'essere umano nella sua totalità e quindi anche a un livello spirituale, che ti rende una persona migliore e non un combattente (vedi prossimo post per approfondimento), io mi rendo conto che, per il momento, non è quello che a me interessa. L'unica cosa che mi interessa per il momento sono le sensazioni di liberazione che provo nel jigeiko. Quando ho finito infatti, sono stanchissimo e distrutto dalla fatica (e prima di andare ad allenamento so già che sarà massacrante e infatti a volte c'ho quasi i dubbi se andarci o meno) ma sono libero. Sono LIBERO. Libero da ogni stress e da ogni pensiero. So che se ho avuto per caso una giornata di merda per il lavoro o per un qualsiasi motivo X, dopo il jigeiko ne sarò libero, dopo il jigeiko avrò sfogato tutto lo stress di cui siamo vittime quotidiane, avrò vinto lo stress, avrò sfogato tutto e sarò libero. E scusate se è poco...
So che qualche veterano potrebbe opinare che il kendo non è questo, che il kendo è molto di più, ma per il momento per me, questo è il mio kendo e, per il momento, va bene così.  
dalla tuta al jigeiko in 5 atti
atto quarto: male alle ginocchia


ora mi alleno con l'armatura completa, compresa di men fin dall'inizio della lezione, quasi al pari con gli altri, se si esclude il jigeiko che ancora non ci viene fatto fare. Il momento in cui gli anziani fanno jigeiko diventa per noi principianti l'occasione per ripetere gli esercizi di sempre ma cercando di prendere più confidenza e dimestichezza con bogu + men. Poi, stranamente, il rito della "svestizione" (quel momento in cui stai seduto sulle ginocchia in quella posizione a metà tra lo yoga e la tortura giapponese), arriva insolitamente prima. E improvvisamente, nel momento più sacro di tutti, il maestro F. rompe quel silenzio assoluto e, con clamorosa umiltà, attacca un discorso. Dice che 30 anni fa, mentre lui era nella posizione in cui siamo noi ora, un maestro giapponese gli aveva fatto un discorso del genere, ma lui era giovane e tutto quello che percepiva in quel momento lì era il male alle ginocchia che gli dava il dover tenere quella posizione forzata. Quel discorso, dice, è arrivato a capirlo ora dopo più di 30 anni di kendo. Le tematiche sono il rispetto del dojo, delle persone e il fatto che il kendo dovrebbe renderti una persona migliore, non uno "spadaccino"; dice che ha fallito come maestro in alcuni aspetti e si prende delle colpe che non ha. Più o meno il senso è questo qui, le parole che usa sono molto più belle delle mie, hanno il suono delle perle di saggezza che si possono sentire da uno che non parla mai... e l'eleganza è tale che non dice mai, in nessun momento, non dice mai niente in riferimento all'episodio della volta scorsa, nemmeno con giri di parole, eppure, tutti noi stiamo capendo che quello che lui realmente sta dicendo è che non bisogna mai più litigare nel dojo.
dalla tuta al jigeiko in 5 atti
atto terzo: bogu + men


in pochissime lezioni abbiamo cominciato a bruciare le tappe. Oggi credo che sia, in un certo qual modo, il giorno più importante dall'inizio della mia avventura. Il giro di boa in qualche modo. Il momento in cui tutto comincia ad acquistare un senso. I maestri hanno stabilito che da oggi siamo abbastanza maturi per indossare l'armatura completa. ancora una volta rimando alla bibbia ( http://www.bkk-kendoclub.it/bkk-kendoclub/Kendo-Kata-Iaido_files/ManuKendo.pdf ) , questa volta da pag. 18 fino alla fine. Si comincia da taré, bogu e coté e ci si allena così. La sensazione è fortissima, sono emozionato e quanto avevo raccontato prima sulla credibilità autopercepita indossando per la prima volta gi e hakama, vale in questo caso ancora di più. E credevo che oggi finisse così, con questa nuovo gradino, e di indossare il men se ne parlava magari la prossima volta, ma, invece, verso la fine della lezione, il maestro F. decide di concederci anche questo onore. e il giro di boa è completo. il trip è esploso. il film è cominciato! il cuore batte a mille mentre rivivo in prima persona la scena finale di star wars episodio 3, il momento in cui Anakin diventa Darth Vader e la regia ci offre le immagini in soggettiva facendoci vedere il casco dall'interno, per l'unica volta in tutta l'esalogia, dandoci la sensazione di essere, per un istante, anakin-darth vader, e facendoci venire i brividi. Ebbene la sensazione è quella lì e, mentre la mia visione del mondo, da ora in poi, sarà attraverso le grate del men, mi rendo conto che tutto quanto ho vissuto fin'ora nel kendo, era in funzione di questo momento. tutto mi ha portato fin qui. Che film, ragazzi!

segue qualche esercizio di routine e subito mi rendo conto che tutto è diverso, le sensazioni sono ovattate, mi sento un astronauta, le percezioni sono modificate, la mia shinai va sempre 2 centimetri più in là di dove la voglio mandare, non riesco a coordinarmi, immagino che anche l'emozione faccia la sua parte... eppoi, mentre son perso nel mio personale viaggio, uno sclero scoppia nella palestra. Tra le urla di battaglia che si sentono costantemente per tutte le 2 ore di lezione, è strano come delle urla di sclero stonino così tanto... mi vien da chiedermi se questo sport non sia poi un po' troppo aggressivo, e l'aggressività che vien sfogata non possa essere anche negativa, sfociando a volte in episodi del genere. Ma l'intervento dei compagni è pronto, i 2 protagonisti dello spiacevole episodio non perdono la testa del tutto, alla fine è solo un bisticcio, e tutto quanto rientra negli schemi in pochi secondi. Non mi sento di dare la colpa al kendo e torno a concentrarmi su quei 2 cm che non mi tornano.
dalla tuta al jigeiko in 5 atti
atto secondo: gi + hakama


finalmente mi son procurato gi (la giacca) + hakama (il pantalone). è un passo importante. scelgo di non descriverle, né di spiegare come si indossano, ma rimando a questo PDF ( http://www.bkk-kendoclub.it/bkk-kendoclub/Kendo-Kata-Iaido_files/ManuKendo.pdf ) già citato quando raccontavo della shinai nel post dello scorso 19 novembre. Da allora questo manuale è diventato praticamente una bibbia. Ora le pagine che ci interessano vanno dalla 14 alla 17.
Segnalo solo che, a livello di sensazione, la pratica cambia un pochino. Personalmente continuo a fare gli stessi errori, avere le stesse incertezze, rimango imbranato come prima ma contemporaneamente mi sembra (come se in realtà l'abito facesse il monaco) di avere acquistato un pochino di credibilità in più. Il che mi spinge quanto meno a cercare di fare meglio.
In questa circostanza inoltre, noi principianti veniamo seguiti, poichè manca G., e F. è impegnato con gli anziani, da una maestra (di cui non ho afferrato purtroppo il nome). Mi stupisco di come sia interessante risentire gli stessi argomenti di sempre spiegati da una nuova prospettiva. Spiega le mosse di sempre viste dando più importanza a sfaccettature che raccontate da G. erano sembrate meno importanti e ne tralascia altre che invece per G. erano state fondamentali. Forse è anche solo il fatto che sia una donna (ma forse non è questo - è solo il fatto che è un'altra persona, con i suoi punti di vista e il suo modo di raccontare e raccontarsi) Colgo nuovi aspetti che non avevo considerato e cerco di farne tesoro. Ancora una volta i miei trip mentali mi rimandano a qualcosa che potrebbe essermi utile nella vita di tutti i giorni. Imparare a guardare uno stesso problema da molte angolature diverse, rimettere in discussione tutto dall'inizio per rileggerlo con occhi nuovi, anche quando si pensava di aver già letto tutto quanto c'era da leggere... questo è l'insegnamento che scelgo di portarmi a casa oggi dalla mia lezione di kendo.
dalla tuta al jigeiko in 5 atti
atto primo: kokoro


mi alleno ancora in tuta ma ormai quasi sempre insieme ai miei compagni più anziani in esercizi un pelino più avanzati e sicuramente faticosissimi. picchio per davvero la mia spada contro le loro armature, loro non restituiscono il colpo, fa parte dell'allenamento, c'è un esercizio in particolare che mi distrugge e consiste nell'eseguire alcune tecniche in corsa per tutta la lunghezza della palestra, vasca dopo vasca, senza respiro, qualcosa di simile al suicidio che si faceva nel basket. per fortuna ne segue una brevissima digressione teorica dal maestro F. in persona. Assolutamente inusuale per lui, poichè spiega tutto quasi esclusivamente con l'esempio e mai con le parole; è per me una manna dal cielo perchè mi da l'occasione di tirare il fiato. Parla a noi principianti mentre gli "anziani" proseguono i loro esercizi e mentre procede col discorso ho la sensazione di star vivendo un momento importante, come se dovessi essere onorato di quel racconto, come se dovessi arricchirmi con quelle parole così rare. Racconta che l'esercizio di poco fa, come tutto nel kendo, va fatto con kokoro, kokoro è lo spirito, l'anima, il cuore, fare qualcosa con kokoro significa metterci il cuore, metterci tutto l'impegno possibile, metterci tutto te stesso, ogni azione andrebbe fatta così, solo così ha un senso. La sensazione è che non sia una lezione di kendo, ma una lezione di vita.

mercoledì 16 gennaio 2013

sabato e domenica sono stato a vedere le qualificazioni dei campionati italiani.

sono stato 1 giorno con mio padre e il mio bimbo di 2 anni e il giorno dopo con un amico (che fa wushu), mia cognata e il mio bimbo.

il mio bimbo si è emozionato parecchio e mi par che gli sia piaciuto.

mio padre, il mio amico e mia cognata non c'han capito una sega dei regolamenti e di quello che succedeva.

Io, che pure mi pare di essermi fatto una cultura in tal senso, c'ho capito poco più d'una sega.

Nel senso che c'era un combattimento, che si chiama SHIAI, e 3 arbitri che lo giudicavano.

Poichè credo di aver capito quali sono i punti validi (cosa che ho spiegato in più passaggi nei post precedenti) credevo di poter esser d'accordo con gli arbitri ogni volta che assegnavano un punto, credevo perlomeno di poter capire cosa decidevano e perchè.

Invece..., vedevo tantissimi punti che loro non ritenevano validi e non capivo perchè invece alzassero la bandierina per segnalare un punto quando per me non era successo niente di diverso dalle altre occasioni.

E di fatto la cosa che alla fine mi ha affascinato di più è stata proprio l'arbitraggio.

Il fatto che questi 3 signori potessero vedere cose che noi umani non possiamo nemmeno immaginare.

Queste cose sono tutte qui dentro:

http://www.bkk-kendoclub.it/bkk-kendoclub/Kendo-Kata-Iaido_files/Regolamento_Arbitraggio-1.pdf

martedì 15 gennaio 2013

"il bushido non contempla la resa: il coraggio e la volontà sono indispensabili"






Credo di aver compiuto 3 passi sulla mia via.
Credo di voler dar loro un nome.

Li chiamerò il tempo, lo spirito e lo spirito nel tempo.


PRIMO PASSO: IL TEMPO
il mio infantile entusiasmo fa sì che quando qualcosa si impadronisce del mio interesse lo fa in modo completo e viscerale, e la voglia di conoscenze e esperienza in quel senso diventa talmente ingorda e impaziente da volere tutto e subito. E così quando non sono nel dojo mi trovo a fantasticare su quello che farò e su quel che ho fatto già (e che quindi, magari, non sarà ulteriormente approfondito), e comincio a interessarmi ad altre arti marziali (partendo ovviamente da Internet). e allora decido che voglio far kobudo, aikido e iaido tutti insieme, insieme al kendo, ma li voglio fare subito perchè non ho tempo di aspettare. e intanto non vedo l'ora di andare alla prossima lezione di kendo.

ma poi succede che impegni lavorativi e famigliari mi tengono lontano dal dojo per 3 incontri consecutivi e mi accorgo che non solo non ho tempo di fare kobudo o altre nuove arti ma nemmeno ho il tempo di fare quella che già ho intrapreso. mi rendo conto di quanto mi girano i coglioni per essermi perso 3 lezioni, e magari mi ritrovo a pensarci nel mezzo di quello stesso impegno lavorativo che mi ha impedito di andarci, e mi sembra di aver perso tempo poichè avevo calcolato, in questa settimana e mezzo, di crescere nella tecnica almeno di un tanto così o di molto di più, o di diventare 8vo dan o samurai, poichè io volevo tutto e subito.
ma poi ho l'illuminazione: non aver avuto tempo mi fa capire che forse tutto e subito nel kendo non si può, si può adesso e qui, ma non tutto e subito, e forse adesso e qui va fatto un momento per volta, nel momento giusto ogni volta, concentrandosi in quel momento su quello che stai facendo in quel momento, e forse mentre faccio kendo non devo pensare al kobudo, così come mentre lavoro non devo pensare al kendo.
e forse, tra l'altro, il kendo si merita molto più tempo di una settimana e mezzo e una settimana e mezzo non mi cambia niente se decido di dare tempo al tempo.
in qualche modo mi sembra che non aver fatto kendo per una settimana e mezzo mi abbia insegnato qualcosa sul kendo. 


SECONDO PASSO: LO SPIRITO

è quasi sempre il maestro G. a occuparsi di noi principianti, lo trovo splendido nel suo ruolo di insegnante, trovo che sia portato per l'insegnamento almeno quanto è portato per il kendo stesso. Ed è un buono. I bravi maestri, nello sport, a scuola o nella vita, si dividono, secondo me, in 2 macrocategorie: i buoni e i cattivi. I buoni tendono a premiare anche i più piccoli progressi e a lavorare sulle soddisfazioni dello studente in modo che lo studente possa trovare nel riconoscimento delle sue fatiche un premio, e trovare nel premio uno stimolo a proseguire su quella strada. I maestri cattivi tendono a giudicare i progressi dello studente come sempre troppo scarsi, per porre lo studente in uno stato di sfida con se stesso che possa spronarlo a pretendere da se stesso sempre di più per superarsi e raggiungere quel riconoscimento che non arriverà mai. Non credo che un metodo sia migliore dell'altro ma credo piuttosto che dipenda dal carattere dello studente: c'è chi nel metodo del maestro buono non trova stimoli a migliorarsi e chi nella mortificazione del maestro cattivo vede la fine senza speranza del suo percorso. Personalmente mi è sempre piaciuto di più il tipo buono e quindi con G. mi trovo da dio, senonchè ho scoperto che, almeno in questo particolare contesto, trovo grandi stimoli anche nell'altro modo. Infatti durante una particolare lezione mi trovo a venir seguito da A. che, a sorpresa, si rivela essere un maestro veramente cattivo. L'esercizio in questione consisteva, con G, nel correre verso di lui e portare un colpo al men al coté o al do a seconda dell'istruzione che lui stesso gridava, poi proseguire nella corsa senza voltarsi, eseguire lo zanshin e ripuntare senza fermarsi contro di lui per sferrare un altro colpo. Invece A., tanto per cominciare non da istruzioni, ma lascia scoperto quel particolare obiettivo per cui tu devi capire dove devi colpire in quel momento lì e se colpisci da un'altra parte si incazza! Il ragazzo prima di me non sembra avere particolari problemi su questo aspetto ma va forse un pelo troppo piano e A. si incazza a ogni colpo e lo spintona per farlo correre di più, gli grida di muoversi sempre più arrabbiato, gli grida in faccia tutti gli errori che fa e di nuovo lo spinge, in malo modo, quasi con violenza, quasiquasi ci manca poco che lo fa cadere più di una volta, e lui rimane senza fiato, sempre più in difficoltà. Poi è il mio turno, ed è la stessa cosa se non che... mi scatta un qualche meccanismo... non saprei dire se ho capito il gioco e mi ci adeguo o se la reazione è più profondamente istintiva ma ad ogni modo più lui grida più grido anch'io, più s'incazza più io m'incazzo, più si fa cattivo più io mi mostro cattivo. Cerco di correre di più perchè non possa spingermi e se riesce lo stesso a spingermi cerco di essere più saldo possibile in tutta la mia fisicità. Però continuo a fare un errore fondamentale: correndo verso di lui, dopo aver sferrato il mio colpo tendo a deviare leggermente dalla mia retta immaginaria per continuare più agevolmente nel mio percorso
- Non ti devi spostare!! - grida.
- Cosa continui a spostarti?? Non spostarti cazzo! - continua a urlare.
Cerco ogni volta di correggere questo mio errore ma non c'è niente da fare, è una cosa troppo istintiva: se hai un ostacolo che non si sposta, lo devierai, non c'è niente da fare, è un istinto naturale, è come se ti mandassero con la macchina a 100 all'ora contro un muro di cemento e ti dicessero che lo devi spostare con l'impatto, possono dirtelo con le buone quante volte vuoi ma a un mezzo centimetro dall'obiettivo tu continuerai a girare il volante per non andare a sbattere. è sopravvivenza, cazzo!
Ma A. non lo dice con le buone e pian piano comincia a darmi fastidio, io non riesco a far questa cosa e lui continua a rompermi i coglioni proprio su questa cosa, mi tratta proprio male e mi fa sentire uno scemo, cazzo, è anche più piccolo e giovane di me, dovrebbe mostrare un po' di rispetto invece di urlarmi addosso questa cosa. Con la fatica sale la mia rabbia e piano piano la rabbia diventa l'emozione che guida il mio esercizio.
- Non ti spostare!- grida ancora.
E io non mi sposto, non mi sposto, non mi sposto e mi arrabbio!
- Non sei tu che ti devi spostare, lo capisci?? Casomai sono io che mi devo spostare!! -
eccerto che sei tu che ti devi spostare perchè adesso sono veramente incazzato, certo che ti devi spostare se non vuoi andar per terra, certo che ti sposti tu perchè io sono un treno in corsa, sono un fiume in piena, sono uno schiacciasassi cazzooo!
Sono una cazzo di macchina impazzita che corre a 200 all'ora contro un muro di cemento senza freni! e a un mezzo centimetro dall'impatto.... a mezzo centimetro dall'impatto, cazzo... è il fottuto muro che si sposta!
Alla fine dell'esercizio, mentre io sono ancora arrabbiato, e mentre ho smesso di realizzare, vittima dell'adrenalina come sono in questo momento, che era solo un esercizio, vedo A. che mi sorride e dice che ho capito, poi accenna un inchino e mi dice - Grazie -
...
grazie capito?, cioè io che gli tiro bastonate incazzato nero e lui che mi dice grazie...
torno in me, ricambio l'inchino e dico - grazie a te -
ma grazie davvero però, perchè ho trovato lo spirito, il mio spirito, e ora lo so, per dio!, farò schifo di sicuro con la tecnica e forse continuerò a fare schifo ma il mio spirito è di ferro.
il mio spirito è di ferro, cazzo!    


 
TERZO PASSO: LO SPIRITO NEL TEMPO

ora il punto è mantenere questo spirito di ferro costante nel tempo.
mantenermi saldo, dando tempo al tempo, ma senza permettere al tempo di farmi vacillare davanti alle difficoltà.
e poi succede che ho un altro incontro/scontro con A., lo stesso esercizio dell'altra volta, il punto è mantenere lo spirito dell'altra volta anche questa volta. E ci riesco. Ci riesco. Lo so perchè non mi rompe i coglioni su questa cosa.
Però. Però si impunta su un altro mio difetto. Il mio modo di maneggiare la spada. Dice che colpisco con il destro. E invece è con il sinistro che si colpisce; il destro, casomai, serve solo a dare la direzione. Usa il sinistro, mi dice. Ok, gli dico.
Ma continuo a fare in modo sbagliato perchè a ogni singolo colpo si incazza.
E' l'ABC del kendo. Muovere la shinai. Neanche. Non è neanche l'ABC, è proprio la A.
E io sbaglio la A.
IL SINISTRO! dice. e io dico OK.
Ma continuo a sbagliare.
2, 3, 4, 10 volte! E poi si stanca, si stanca proprio e me lo dice.
- Senti io mi sono stancato, se non sai fare questo è inutile che vai avanti, lascia perdere!-
Lascia perdere mi dice, capito? Lascia perdere A ME che non sto facendo uno sport... sto facendo un percorso cazzo!
Nossignore, io non lascio perdere proprio niente!!
La sensazione è brutta, umiliante, nel bel mezzo di un esercizio esser lasciato in mezzo alla palestra come un cretino. Un cretino proprio.
E ti dicono "lascia perdere" perchè tanto sei un cretino e non ce la fai.
E cosa si aspettava? che dicevo grazie e arrivederci e me ne andavo con la coda tra le gambe? che me ne andavo proprio a casa per non tornare? che abbassavo la testa e lasciavo perdere? che mi sedevo in un angolo a meditare sui miei errori?
Nossignore, io rimango in mezzo alla palestra a riprovare il mio colpo ancora e ancora. Perchè sono un guerriero, non importa quante volte sbaglio, quello che importa è che io sono testardo come un mulo e ci provo finchè non ci riesco, e non mi arrendo, e non mi demoralizzo, questa è la mia via, questo è la via del guerriero, PERCHE' IO SONO UN FOTTUTO GUERRIERO E QUESTO E' IL MIO CAZZO DI BUSHIDO !!
e mi sento Tom Cruise... (sì, vabbè... d'accordo che lo stereotipo del samurai hollywoodiano non piace a nessuno, tantomeno a un qualsiasi kendoka o nippofilo... lo so! ma il fatto è che mi è capitato di vedere questo film proprio l'altro giorno e perciò tant'è!) e insomma mi sento Tom Cruise nel "L'ultimo Samurai" nella scena quando è arrivato da poco nel villaggio di samurai e non è ancora ben voluto da nessuno e si trova ad allenarsi con un samurai vero e il samurai lo batte e lo umilia e lui cade a terra. E poi si rialza e il samurai ne rimane sorpreso ma non si fa scrupoli: lo batte di nuovo, lo umilia di nuovo e lo lascia a terra di nuovo. E quello si rialza di nuovo. E la stessa scena di ripete più volte, sempre uguale, tranne per il fatto che il Tom Cruise è sempre più messo male. Ma alla fine sembra guadagnarsi il rispetto del samurai, non perchè l'abbia mai battuto o anche solo messo in difficoltà una singola volta, no, ma perchè non si è mai arreso. Si è sempre rialzato.
E io faccio uguale. E continuo a provare il mio cazzo di colpo, qualcuno si avvicina e prova a darmi un consiglio, ci provo ancora, e ancora, finchè a un certo punto viene giusto. Semplicemente viene giusto.
- Va bene così? - grido. E A. torna indietro ed è entusiasta perchè va bene davvero. E ricominciamo l'esercizio. Semplicemente.
- Così- dice -continua così- adesso mi incoraggia. E alla fine mi ringrazia come l'altra volta.
E io son contento, perchè mi sono rialzato! Perchè il mio spirito non si è arreso. non si è arreso mai. E' saldo. Nel tempo.
Ora si tratta di rimanere costante.
Nelle lezioni successive cerco di non dimenticare quello che ho imparato, e qualche lezione dopo mi trovo a confrontarmi di nuovo con A. , sempre con quell'esercizio lì.
Dice che sbaglio il fatto che lo seguo con lo sguardo. Cioè un nuovo errore. Ma va bene, va benissimo perchè vuol dire che i primi 2 non li faccio più.
- ok - gli dico - ma il braccio va bene, è giusto??-
-sì è giusto- mi dice.
Certo che è giusto, perchè sono un guerriero, certo che è giusto!